Los delitos complejos no han perdido vigencia en las legislaciones penales italiana y española. Su estudio sigue siendo hoy en día necesario y oportuno. La aparición de hipótesis diversificadas de complejidad adscritas a aspectos valorativos obliga a analizar las relaciones estructurales y concursales de esta clase de delitos, de forma que se actualicen los rudimentos dogmáticos con los que hasta ahora se han hecho frente a su aplicación e interpretación. En este sentido, es útil llevar a cabo un examen de la doctrina y la jurisprudencia italiana que han avanzado mucho en la línea de lo que aquí se ha denominado un doble juicio de concurrencia normativa en el que los institutos de la complejidad y la pluriofensividad se muestran por fin organizados en un orden lógico-sistemático.
La sentencia anotada aclara la cuestión de la continuidad normativa entre la el antiguo art. 346, párrafo segundo, y el tráfico de influencias ilícitas, tal como reformado por la ley 3/2019. Al excluir dicha continuidad, negando la intención del legislador de englobar el tipo penal de "millantato credito" en el art. 346-bis, la Cassazione ofrece la oportunidad de volver a discutir sobre la interpretación del tráfico de influencias, cuya reprochabilidad parece fundarse no tanto en la simple relación entre el mediador y el funcionario público, sino en la explotación ilícita de una capacidad de influencia y en el daño potencial causado a terceros que no tienen el mismo acceso a los procesos de decisión de la administración pública. Por esta razón, se presentan serias dudas en relación a la unificación realizada por la ley "spazzacorrotti", la cual parece forzada y poco adecuada a la realidad que se pretende regular.
Il lavoro analizza il tema dei rapporti tra le fattispecie associative di cui agli artt. 416-bis c.p. e 74 d.p.r. n. 309/90, sottoponendo a critica l’orientamento giurisprudenziale che riconosce pacificamente il concorso formale tra i due reati, così determinando un automatismo sanzionatorio in violazione del principio del ne bis in idem sostanziale. Si evidenzia, in particolare, come l’applicazione di criteri di risoluzione del conflitto apparente di norme basati su giudizi di valore, anziché logico-strutturali, consentirebbe nella specie di addivenire a soluzioni più equilibrate sotto il profilo del quantum di pena da irrogare, oggi del tutto sproporzionato rispetto al disvalore concreto del fatto associativo in conseguenza dell’atteggiamento della giurisprudenza e delle scelte del legislatore.
Il presente contributo, ripercorrendo gli argomenti sviluppati dalla Cassazione (sez. V, sentenza n. 36859 del 16 gennaio 2013, dep. 6 settembre 2013) nel corposo ed approfondito iter motivazionale, focalizza l’analisi su tre questioni di stringente attualità in campo penaltributario. Anzitutto, si sofferma sul lungo e particolarmente circostanziato obiter dictum in materia di elusione fiscale, col quale la Corte, discostandosi dai più recenti arresti della giurisprudenza di legittimità (Cass. pen. sez. II, n. 7739/2012; Cass. pen. sez. III, n. 19100/2013), ritiene penalmente irrilevanti le condotte elusive in assenza di comminatorie specifiche di sanzioni penali, indicative di un’esplicita volontà legislativa di incriminazione. In secondo luogo, si concentra sul reale perimetro di operatività dell’art. 9 d.lgs. 74/2000 (e, specularmente, sui casi di possibile concorso dei reati di cui agli artt. 2 e 8 d.lgs. 74/2000): la Corte, aderendo all’orientamento ormai prevalente nella giurisprudenza di legittimità, opta per una lettura restrittiva della norma, non scevra, tuttavia, di profili di criticità. Infine, si esaminano le conclusioni in tema di indebita compensazione (art. 10 quater d.lgs. 74/2000), laddove la quinta sezione, condivisibilmente accedendo ad una nozione rigorosa di specialità unilaterale in astratto, esclude qualsiasi continuità normativa con la fattispecie di truffa originariamente contestata.






