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ISSN 2611-8858

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Comiso

Le Sezioni Unite sulla natura della confisca di prevenzione: un’altra occasione persa per un chiarimento sulle reali finalità della misura

Le Sezioni Unite riaffermano la natura preventiva dell’ipotesi di confisca attualmente prevista dal c.d. “codice antimafia”, nonostante l’evoluzione legislativa e giurisprudenziale ne attesti sempre più nitidamente una diversa funzione di neutralizzazione dei profitti di provenienza illecita, indipendentemente dalla pericolosità dei beni e dei destinatari. Rimangono aperti, quindi, gli interrogativi circa l’esatta collocazione sistematica di tale istituto ed i limiti che devono presidiarne l’applicazione, anche alla luce della sua progressiva estensione ad ipotesi delittuose estranee al fenomeno mafioso.

L’impegno a pagare il debito tributario e i suoi effetti su confisca e sequestro

Il presente contributo costituisce un commento al secondo comma del neo-introdotto articolo 12-bis d.lgs. 74/2000, in base al quale “la confisca non opera per la parte che il contribuente si impegna a versare all'erario. Nel caso di mancato versamento la confisca è sempre disposta”. L’autore esamina le possibili letture della nuova disposizione, alla luce delle loro non immediatamente evidenti implicazioni processuali, che attengono tra l’altro ai rapporti tra provvedimenti cautelari e statuizioni contenute nella sentenza di condanna, nonché alle ripartizioni di competenze tra il giudice della cognizione e il giudice dell’esecuzione. In esito a tale analisi, il contributo propone in particolare di interpretare la norma come un’inedita forma di ‘sospensione condizionale’ di una confisca disposta dal giudice della cognizione, ma non eseguibile da parte del giudice dell’esecuzione sino a che rimanga pendente il termine per il pagamento.

Le Sezioni Unite e il profitto confiscabile: forzature semantiche e distorsioni ermeneutiche

La Suprema Corte, nella sua più autorevole composizione, compie un significativo revirement in tema di confiscabilità del profitto ritratto da illeciti penal-tributari, non soltanto collocandosi in una prospettiva del tutto eccentrica rispetto ai consolidati orientamenti della giurisprudenza di legittimità, ma pervenendo altresì a conclusioni poco persuasive sotto il profilo semantico e logico, oltre che di difficoltosa collocazione dommatica. Sebbene la soluzione del caso giudicato possa risultare condivisibile, la pronuncia desta preoccupazione per le sue potenziali ricadute sistemiche.

Tecniche di aggressione dei profitti dell’economia fiscalmente infedele: la confisca “penale” tra efficacia preventiva e tutela dei diritti fondamentali

La crescente attenzione alla necessità di apprestare una efficace risposta alle aggressioni all’interesse collettivo alla riscossione del “giusto tributo” si manifesta, nel recinto dello strumentario penale, con la costante espansione dell’area di applicazione di strumenti ablativi a carico del reo di evasione fiscale. Si tratta di una materia in vivacissima e benefica evoluzione, nella quale tuttavia, talvolta pare presentarsi il pericolo di perdere di vista il quadro di insieme. Lo scritto tenta, innanzitutto di ricomporre in un sistema unitario e coerente le ipotesi di confisca accessorie al processo penale, non mancando di rilevare le non poche aporìe e, forse, contraddizioni cui un approccio atomistico conduce. Sul piano pratico, vengono affrontati alcuni dei principali profili applicativi problematici, dalla interferenza dei procedimenti amministrativi e giurisdizionali tributari con il processo penale e le misure ablative, ai problemi correlati alla sussistenza di concorso di persone nel reato, alle conseguenze, per l’ente rappresentato, delle condotte degli amministratori, alla portata innovativa delle disposizioni del decreto attuativo della c.d. “delega fiscale”. Molte delle criticità concettuali e pratiche rilevate si risolvono in soluzioni almeno parzialmente innovative, che dovrebbero consentire di tenere insieme i tre valori della coerenza sistematica, della efficacia preventiva, e della conformità ai canoni di proporzionali e diritti fondamentali.

La lotta all’evasione fiscale tra confisca di prevenzione e autoriciclaggio

L’articolo esamina criticamente la diversa interpretazione adottata dalle Sezioni Unite in relazione alla confisca di prevenzione e alla confisca ex art. 12 sexies d.l. 306/’92, non consentendo solo nel primo caso di tenere conto dei proventi dell’evasione fiscale e dei redditi leciti, ma sottratti al fisco, per calcolare il carattere sproporzionato, rispetto al reddito o all’attività economica, del valore dei profitti da confiscare, finendo per consentire la confisca di beni di origine lecita in contrasto con il principio di legalità e di proporzione; soluzione che recenti progetti di legge vogliono estendere anche alla confisca ex art. 12 sexies, in una logica che rischia di essere sproporzionata e complessivamente incoerente in termini di politica criminale, in cui forme di confisca destinate alla lotta alla criminalità organizzata, a partire dalla confisca di prevenzione sono ormai utilizzate come strumenti di lotta all’evasione fiscale e in cui le stesse Sezioni Unite propongono di estendere il ragionamento alla base della confisca della c.d. “impresa mafiosa” all’ipotesi di reinvestimento dei proventi dell’evasione fiscale in un’impresa originariamente lecita. La stessa logica che consentirà di utilizzare la nuova fattispecie di autoriciclaggio, nonostante la problematicità della nozione di profitto risparmio dei delitti tributari, per punire l’investimento dei proventi dell’evasione fiscale ben più gravemente delle stesse fattispecie presupposte.

Mafia e corruzione: tra confische, commissariamenti e interdittive

Vengono dapprima rapidamente esaminati gli strumenti previsti dalle norme vigenti per contrastare i patrimoni di origine illecita e le infiltrazioni mafiose nell’economia; questi strumenti divergono quanto ai presupposti, agli effetti, alla natura, giurisdizionale o amministrativa, ed anche quanto alle garanzie e alle forme di tutela di cui gode il soggetto destinatario delle misure. All’esito di questa ricognizione si rileva che dopo una lunga fase, durata decenni, in cui l’obiettivo del contrasto ai patrimoni illeciti – in particolare quelli mafiosi – è stato innanzi tutto quello di giungere alla confisca e poi quello di contrastare il rischio di infiltrazioni mafiose senza porsi neanche troppo il problema delle conseguenze di certi provvedimenti, si avverte oggi, (nella legislazione, in dottrina e giurisprudenza), una maggiore attenzione all’esigenza di attivare strumenti diversi per quelle aziende che, pur presentando forme di infiltrazione e di condizionamento mafioso, conservino una sostanziale integrità e siano anche intenzionate a rimuovere i presupposti di quel pericolo di infiltrazione e condizionamento. Per evitare una ingiustificata distruzione di ricchezze, e in particolare – ma non solo – la perdita di posti di lavoro, si cercano strumenti che a quelle attività imprenditoriali offrano, se ce ne sono le condizioni, l’opportunità del rientro nel mercato in condizioni di legalità.

La valutazione della gravità indiziaria per l’adozione del sequestro preventivo finalizzato alla confisca

Il contributo analizza i presupposti che legittimano il sequestro preventivo ai sensi dell’art. 321 c.p.p., mettendoin luce che, similmente a quanto già riconosciuto dal Supremo Collegio in relazione all’art. 53 d.lgs. 231/01, la sua adozione non può prescindere dalla verifica della sussistenza di gravi indizi di colpevolezza a carico del destinatario, quantomeno laddove la misura sia attuata in funzione anticipatoria della confisca.

Riflessi processuali dell’evoluzione della confisca

Il presente contributo si prefigge lo scopo di analizzare le possibili ricadute sulle caratteristiche e sul ruolo del processo penale provocate dall’utilizzo dello strumento ablatorio. A tal fine, verrà analizzata, in particolare, l’evoluzione giurisprudenziale relativa ai presupposti applicativi della confisca nonché dello strumento cautelare del sequestro preventivo.

Corti costituzionali (o supreme) e “disobbedienza funzionale”

Con la sentenza n. 49/2015 la Corte costituzionale italiana è tornata sul rapporto fra diritto interno e CEDU. Il seguente contributo cercherà di contestualizzare questa decisione in un quadro più ampio di diritto comparato, grazie alla nozione di “disobbedienza funzionale”.

Le gemelle crescono in salute: la confisca urbanistica tra Costituzione, CEDU e diritto vivente

L’A. commenta con favore la sentenza n. 49 del 2015 della Corte costituzionale, in tema di confisca dei beni oggetto di lottizzazione abusiva. Tale pronuncia è reputata condivisibile, specie per aver introdotto la nozione di giurisprudenza europea consolidata, che l’A. accosta a quella di diritto vivente. Sono sottolineati i margini di dubbio che la sentenza ha lasciato volutamente aperti, sia con riguardo alla facoltà del giudice comune di sollevare questione di costituzionalità sulla base di un diritto europeo non ancora consolidato, sia con riferimento ai poteri processuali di accertamento dei presupposti per confiscare un bene oggetto di lottizzazione abusiva. Viene peraltro enfatizzato l’obbligo per il giudice penale di accertare la colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio, quale condizione preliminare ai fini della legittimità della confisca urbanistica.